Gli andamenti di lungo periodo dell’economia italiana

Il Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica ha ritenuto di mettere a disposizione del pubblico uno strumento di lettura delle trasformazioni economiche che il paese sta affrontando sulla base delle cifre di lungo periodo. Questo esercizio permette di cogliere l’evoluzione nel tempo della situazione italiana presentando alcuni grafici sui principali indicatori economici dell’economia italiana dal 2000 ad oggi, confrontati con l’andamento medio europeo.

Questi dati vengono associati alle previsioni e agli obiettivi quantitativi del Governo, in particolare per quanto riguarda la crescita economica, l’indebitamento netto e il debito pubblico, individuati nel Documento di economia e finanza (DEF).

I grafici sono stati elaborati utilizzando dati pubblici di organismi ufficiali nazionali e internazionali (Istat-Eurostat, Banca d’Italia, OCSE, FMI). L’aggiornamento sarà periodico.

Prodotto Interno Lordo
Finanza pubblica
Prezzi
Occupazione
Commercio con l’estero
Investimenti, risparmio e patrimonio
Reddito pro capite e povertà

 

Prodotto Interno Lordo

Tasso di crescita del PIL reale

Il tasso di crescita italiano ha toccato il 3,7% nel 2000, subendo successivamente un calo del tasso di crescita più pronunciato rispetto a quello della media dell’UE27, pur rimanendo positivo fino al 2007. Si sono poi verificate due fasi durante le quali il PIL è diminuito in valore assoluto, nel 2008-2009 e nel 2012-14. Il DEF di aprile 2016 prevede la prosecuzione del sentiero di crescita nel 2015-19.Elaborazione DIPE su dati Eurostat, Istat, Commissione europea e sui dati programmatici del DEF di aprile 2016.

Nota esplicativa: Il dato è riferito al tasso di crescita del Prodotto interno lordo (PIL) dell’Italia e a quello medio dell’Unione europea a 27 membri. I dati sul PIL italiano per il 2000-2014 sono aggiornati in base alla revisione effettuata dall’Istat a settembre 2014 in attuazione del nuovo sistema europeo di conti nazionali SEC 2010. Per il 2016-2019 sono indicate le previsioni del Governo italiano contenute nel DEF di aprile 2016.

Livello del PIL italiano

Il livello del PIL italiano, misurato su base trimestrale, ha conosciuto una fase di crescita dal 2000 fino al primo trimestre del 2008, pur con una fase di ristagno dal secondo trimestre 2001 al secondo trimestre 2003. Dal secondo trimestre del 2008 al secondo trimestre del 2009 si è concretizzata la più intensa fase di crollo del PIL dal dopoguerra ad oggi, seguita da una ripresa dal terzo trimestre 2009 al secondo trimestre 2011. Dal terzo trimestre 2011, il PIL ha subito un ulteriore forte calo, e nel primo trimestre del 2015 è tornato a crescere.Elaborazione DIPE su dati Istat.

Nota esplicativa: Il grafico illustra l’andamento del Prodotto interno lordo italiano reale, cioè espresso in milioni di euro a prezzi costanti del 2010. I dati trimestrali sono stati destagionalizzati per il ciclo economico e aggiustati per il numero di giorni lavorativi.

Produzione industriale

La produzione industriale italiana aveva mostrato una tendenza a un moderato calo nel 2000-2005, seguito da una fase di crescita nel 2005-2008, con trend di crescita più limitato rispetto alla media della zona euro. Dalla metà del 2008 fino ad aprile 2009 la produzione industriale è crollata da un massimo di 106 ad un minimo di 78, analogamente a quanto accaduto in tutto il mondo con la crisi finanziaria internazionale. Dalla seconda metà del 2009 alla metà del 2011 la produzione industriale ha recuperato circa il 40% di quanto aveva perso, tornando successivamente a calare. Dal 2014 è ricominciata una fase di lenta crescita della produzione industriale.Elaborazione DIPE su dati OCSE

Nota esplicativa: L’indice della produzione industriale misura la variazione nel tempo del volume fisico della produzione effettuata dall’industria in senso stretto (ovvero con esclusione delle costruzioni). Le serie sono state calcolate prendendo come base il primo mese del 2000, posto uguale a 100, con dati mensili OCSE.

Finanza pubblica

Deficit pubblico

L’indebitamento netto italiano, espresso in % del Pil, mostra, fino al 2008, un livello superiore a quello medio Ue 27. Successivamente, a seguito dell’impatto della crisi internazionale del 2008, l’indebitamento netto italiano è cresciuto significativamente meno della media europea ed è sceso al di sotto del livello medio UE. Il deficit pubblico italiano si è ridotto dal 5,3% nel 2009 al 2,9% nel 2013. L’Italia prima di altri paesi europei è rientrata entro il limite del 3%. I dati programmatici del DEF di aprile 2016 prevedono il pareggio di bilancio nel 2019.

Elaborazione DIPE su dati Eurostat, Istat e sui dati programmatici del DEF di aprile 2016, Commissione europea e sui dati programmatici del DEF di aprile 2016.

Nota esplicativa: Il dato è riferito all’indebitamento netto italiano (flusso annuo), conosciuto più genericamente come “deficit pubblico”, calcolato in base agli accordi europei. Il dato Eurostat, relativo all’Italia e alla media dei paesi UE a 27, è espresso in percentuale del Prodotto interno lordo. I dati sull’indebitamento netto italiano sono aggiornati in base alla revisione effettuata dall’Istat a settembre 2014 in attuazione del nuovo sistema europeo di conti nazionali SEC 2010. Per il 2016-2019 sono indicate le previsioni del Governo italiano contenute nel DEF di aprile 2016.

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Debito pubblico

Il debito pubblico italiano in percentuale del PIL ha seguito tra il 2000 ed il 2007 un andamento leggermente calante, dal 105,1% al 99,7% del PIL, pur rimando a un livello più elevato di quello della media UE. A partire dal 2008 il debito ha ripreso a crescere, ma con un trend meno veloce rispetto alla media Ue, almeno fino al 2011. Il sostegno finanziario ad altri paesi in difficoltà nell’area euro ha comportato un aumento temporaneo del debito di oltre tre punti di PIL. I dati programmatici del DEF di aprile 2016 prevedono che il debito torni a calare a partire dal 2016.Elaborazione DIPE su dati Banca d’Italia, Istat e sui dati programmatici del DEF di aprile 2016

Nota esplicativa: Il dato è riferito al debito pubblico italiano (stock accumulato nel corso del tempo). Il dato Banca d’Italia, relativo all’Italia e alla media della zona euro diversi dall’Italia, è espresso in percentuale del Prodotto interno lordo. I dati sul debito pubblico italiano sono aggiornati in base alla revisione del PIL effettuata dall’Istat a settembre 2014 in attuazione del nuovo sistema europeo di conti nazionali SEC 2010. Per il 2016-2019 sono indicate le previsioni del Governo italiano contenute nel DEF di aprile 2016.

Spesa pubblica

La spesa pubblica totale in percentuale del PIL e di quella al netto degli interessi passivi e degli investimenti sono caratterizzate da un trend nettamente crescente dal 2000 al 2009. Il picco massimo della spesa totale viene raggiunto nel 2009 con una percentuale sul PIL pari al 51,1% (il dato è quello successivo rispetto alla revisione del Pil di settembre 2014). Il Documento di economia e finanza prevede cali consistenti nei prossimi anni, fino al 46,7% nel 2019, mentre le spese correnti primarie scenderanno dal 42,8% del 2014 al 39,9% nel 2019.

Elaborazione DIPE su dati Istat, Banca d’Italia e sui dati programmatici del DEF di aprile 2016.

Nota esplicativa: La spesa delle Amministrazioni pubbliche è sia nel suo complesso che al netto del pagamento di interessi passivi sul debito pubblico e della spesa in conto capitale (spesa corrente primaria).

Prestazioni sociali, pensioni e lavoro dipendente della PA

Dagli anni ’80 ai nostri giorni la spesa per i redditi da lavoro dipendente nella Pubblica Amministrazione e quella per prestazioni sociali sono andate divergendo. I redditi da lavoro dipendente mostrano un trend leggermente decrescente. Raggiungono il loro picco massimo nel 1990 con il 12,2% del PIL per poi scendere a un minimo del 10,1% del PIL nel 2000, risalendo all’10,9% del PIL nel 2009 per poi calare nuovamente. Diversamente dai redditi la spesa per prestazioni sociali (che è composta per quasi l’80% da spesa pensionistica) è cresciuta a un ritmo elevato: nel 1980 era poco superiore alla spesa per redditi da lavoro dipendente nella PA (12,3 % del PIL) ed ha conosciuto una forte crescita superando oggi il 20% del Pil, in parallelo all’invecchiamento della popolazione, con l’eccezione di una fase di stabilizzazione nel decennio successivo al 1994.Elaborazione DIPE su dati Istat, Eurostat, Banca d’Italia e DEF.

Nota esplicativa: Il grafico mostra l’evoluzione in % del PIL della spesa per redditi da lavoro dipendente nella Pubblica Amministrazione e la spesa per prestazioni sociali in denaro, di cui la spesa per pensioni (incluse quelle indennitarie e assistenziali) costituisce la componente più consistente. La serie è riferita ai dati successivi alla rivalutazione del PIL di settembre 2014.

Prezzi

Inflazione

Il tasso di inflazione della zona Euro e quello italiano sono rimasti sostanzialmente stabili, oscillando attorno al 2% e non superando il 3% tra il 2000 e il 2007. Da allora vari shock hanno provocato due fasi di forte aumento e due fasi di forte calo del tasso d’inflazione. Sono legate in parte alle fluttuazioni del prezzo del petrolio (cresciuto fino a metà del 2008, crollato poi fino a metà del 2009, poi nuovamente in forte aumento, con un nuovo crollo nella seconda metà del 2014). Le due recessioni del 2008-2009 e 2012-2014 hanno ulteriormente contribuito ad abbassare l’inflazione vicino allo zero sia nel 2009 che nel 2014. Da maggio 2013 a ottobre 2014 l’Italia ha un tasso di inflazione leggermente inferiore alla media UE, dopo un lungo periodo nel quale era stato maggiore.Elaborazione DIPE su dati Eurostat.

Nota esplicativa: Il grafico presenta, per ogni mese, l’indice armonizzato della variazione dei prezzi al consumo per l’intera collettività, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Le due serie illustrano il dato italiano e la media della zona euro.

Prezzi alla produzione

I prezzi industriali alla produzione sono caratterizzati da oscillazioni molto più ampie rispetto a quelle dei prezzi al consumo, con un margine di oscillazione di circa 15 punti (tra un aumento massimo dei prezzi alla produzione del 7,7% a luglio 2008 e un calo massimo del 7,6% a luglio del 2009). Tali oscillazioni hanno comportato periodi di calo annualizzato dei prezzi alla produzione di 10-12 mesi in Italia e nella zona euro nel 2001-2002, di 2-3 mesi nel 2004, di 12 mesi nel 2009 e di 24-23 mesi a partire da marzo 2013. La fase attuale di calo dei prezzi alla produzione è la più duratura degli ultimi quindici anni ed è più intensa in Italia che nella zona euro.Elaborazione DIPE su dati Eurostat.

Nota esplicativa: Il grafico presenta l’andamento dei prezzi alla produzione dei prodotti dell’industria in senso stretto (escluse le costruzioni), riportando le variazioni per ogni mese rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Vengono confrontati il dato italiano e la media della zona euro a 18 membri.

Occupazione

Tasso di occupazione

I tassi di occupazione italiano e della zona euro sono aumentati entrambi fino alla crisi del 2008 (dal 57,4% al 63% per l’Italia e dal 65,5% al 70,2% per la zona euro). Successivamente, nel 2008-2013, il tasso di occupazione è calato sensibilmente per entrambe le aree, pur senza perdere tutti i guadagni del periodo precedente (dal 63% al 59,8% per l’Italia e dal 70,2% al 67,7% per la zona euro). Fino al 2008 l’Italia era caratterizzata da una fase di lenta ma continua convergenza verso il tasso di occupazione medio della zona euro, convergenza che si è fermata dopo il 2008, Nel 2014 è tornato a crescere il tasso di occupazione medio sia in italia che nella zona euro.Elaborazione DIPE su dati Eurostat.

Nota esplicativa: Il grafico presenta il tasso di occupazione (pari al numero di occupati di età compresa tra i 20 e i 64 anni diviso per la popolazione residente della medesima fascia di età) in Italia e nella zona euro a 18 membri. I dati sono la media annuale calcolata da Eurostat

Tasso di disoccupazione

Dal 2000 al 2007 il tasso di disoccupazione italiano si è quasi dimezzato (dal 10,6% al 5,8%) scendendo sotto la media della zona euro. Successivamente, l’impatto della prima recessione ha portato a un aumento della disoccupazione in Italia, aumento tuttavia meno consistente rispetto alla media della zona euro. La seconda recessione invece ha avuto un impatto molto più forte in Italia che non in Europa (il tasso di disoccupazione in Italia è aumentato di 5,4 punti, passando dal 7,8% di aprile 2011 al 13% di novembre 2014, per poi iniziare a calare fino al 12,4% di aprile 2015 mentre la media della zona euro è aumentata nello stesso periodo solo di 1,7 punti, dal 9,8% all’11,5%). Nel 2014 l’aumento del tasso di disoccupazione è avvenuto in parallelo all’aumento del numero di occupati, perché numerose persone classificate come “inattive” hanno deciso di entrare nel mercato del lavoro.Elaborazione DIPE su dati Eurostat.

Nota esplicativa: Il grafico presenta il tasso di disoccupazione destagionalizzato, che è pari al numero di disoccupati che hanno cercato attivamente lavoro nel periodo precedente l’indagine diviso per il numero di componenti della forza lavoro (a sua volta pari al numero di occupati più il numero di persone in cerca di lavoro). Il dato utilizzato, relativo all’Italia e alla zona euro, è calcolato su base mensile da Eurostat.

Livello di occupazione

Sia le esportazioni che le importazioni sono cresciute velocemente tra il 2003 ed il 2008 (quasi 50% in più cumulato in valore nominale). Con la prima recessione tra il 2008 e il 2009, sono entrambe temporaneamente crollate per la paralisi dei mercati internazionali, riprendendosi velocemente a partire dalla seconda metà del 2009, con una ripresa più forte per le importazioni. La seconda recessione dal 2011 è invece caratterizzata da una riduzione delle importazioni a causa della compressione dei consumi interni, mentre le esportazioni hanno continuato a crescere, anche se sempre più lentamente, generando un surplus della Bilancia commerciale per la prima volta dall’inizio degli anni duemila.Elaborazione DIPE su dati Eurostat.

Nota esplicativa: Il grafico presenta il numero assoluto destagionalizzato di occupati di 15 anni e oltre in Italia. Il dato utilizzato, relativo all’Italia, è calcolato su base trimestrale dall’Istat.

Commercio con l’estero

Esportazioni e importazioni

Sia le esportazioni che le importazioni sono cresciute velocemente tra il 2003 ed il 2008 (quasi 50% in più cumulato in valore nominale). Con la prima recessione tra il 2008 e il 2009, sono entrambe temporaneamente crollate per la paralisi dei mercati internazionali, riprendendosi velocemente a partire dalla seconda metà del 2009, con una ripresa più forte per le importazioni. La seconda recessione dal 2011 è invece caratterizzata da una riduzione delle importazioni a causa della compressione dei consumi interni, mentre le esportazioni hanno continuato a crescere, anche se sempre più lentamente, generando un surplus della Bilancia commerciale per la prima volta dall’inizio degli anni duemila.Elaborazione DIPE su dati Istat.

Nota esplicativa: Il grafico riporta l’evoluzione delle importazioni e delle esportazioni italiane di merci da e verso tutto il mondo, valutate a prezzi correnti. I dati mensili sono espressi in milioni di euro a prezzi correnti, destagionalizzati dall’Istat.

Bilancia commerciale

Il saldo della Bilancia commerciale era in pareggio o in surplus fino al 2005. Successivamente l’Italia ha sperimentato un peggioramento del saldo fino ad un deficit massimo di 4 miliardi di euro nel mese di dicembre 2010. A seguito della nuova recessione, della contrazione dei consumi interni e dunque delle importazioni si è svolto un processo di riaggiustamento che ha ridotto molto rapidamente il deficit commerciale trasformandolo nella primavera del 2012 in un surplus consistente.Elaborazione DIPE su dati Istat.

Nota esplicativa: Il grafico riporta mensilmente il saldo negli ultimi quindici anni della bilancia commerciale (saldo tra esportazioni e importazioni di beni e servizi). I valori, sono destagionalizzati e espressi in milioni di euro correnti.

Investimenti, risparmio e patrimonio

Investimenti comparati con l’UE

Tra il 2000 e il 2007 gli investimenti pubblici e privati in Italia in percentuale del PIL sono cresciuti raggiungendo il 22% del Pil, pur risultando inferiori alla media Ue (oltre il 23%). Tra il 2008 ed il 2009 la crisi finanziaria internazionale ha determinato una caduta degli investimenti in Italia leggermente meno intensa rispetto al resto dell’Europa, seguita da una parziale e temporanea ripresa. Con la crisi del debito europeo e la seconda recessione tornano a calare ulteriormente gli investimenti nel 2011, scendendo al 16,5% del PIL nel 2014, allargando nuovamente il divario rispetto alla media europea.Elaborazione DIPE su dati del FMI.

Nota esplicativa: Il grafico confronta con dati annuali l’evoluzione della quota del Pil destinata agli investimenti pubblici e privati in Italia e nell’Unione europea. Le ultime stime del FMI (WEO di aprile 2016) hanno considerevolmente alzato il dato sugli investimenti dell’Ue rispetto a quelli italiani.

Risparmi comparati con l’UE

Il risparmio italiano, nei primi anni 2000, è inferiore a quello della media Ue, oscillando tra il 20% e il 21% del Pil. Tra il 2007 e il 2010 il risparmio nazionale cala al 17% per effetto della crisi finanziaria internazionale, diventando significativamente più basso della media europea. Dopo l’inizio della seconda recessione il tasso di risparmio ricomincia a salire, contrariamente a quanto avvenuto nella prima recessione, fino a superare il 18% del PIL nel 2013 e 2014. Il recupero del tasso di risparmio in Italia riduce parzialmente il divario apertosi rispetta alla media europea, ma senza ancora avvicinarsi ai livelli pre-crisi.Elaborazione DIPE su dati del FMI.

Nota esplicativa: Il grafico confronta con dati annuali l’evoluzione della quota del Pil destinata ai risparmi lordi in Italia e nell’Unione europea.

Risparmi e investimenti in Italia

All’inizio degli anni duemila il tasso di risparmio e di investimento pubblico e privato erano sostanzialmente allineati in Italia, la crescita della quota di investimenti fino al 2007 non è stata accompagnata da una crescita proporzionale dei risparmi, rimasti sostanzialmente costanti. Con la prima recessione (2008-2009) i risparmi sono calati più fortemente degli investimenti, che hanno resistito meglio. Durante la seconda recessione invece si è registrato un nuovo calo degli investimenti, mentre aumentava il risparmio precauzionale. Dal 2013 i risparmi sono tornati maggiori rispetto agli investimenti ma ad un livello radicalmente più basso per entrambi rispetto a quello pre crisi (nel 2014 18,3% di propensione al risparmio contro il 16,5% di propensione all’investimento).Elaborazione DIPE su dati del FMI.

Nota esplicativa: Il grafico confronta l’evoluzione della quota del Pil italiano destinata rispettivamente agli investimenti privati e pubblici e al risparmio lordo.

Patrimonio lordo delle famiglie

La ricchezza delle famiglie italiane, ripartita prevalentemente tra abitazioni, attività finanziarie e altre attività reali, è caratterizzata da un andamento crescente negli anni 2000. Il valore del patrimonio detenuto dalle famiglie sotto forma di abitazioni aumenta fino al 2011, anno della seconda recessione, a seguito del quale comincia a calare lievemente in termini nominali e in maniera più sensibile in termini reali. La componente detenuta in attività finanziarie arresta la sua crescita già a partire dal 2007, a causa dei ripetuti crolli delle quotazioni nei mercati azionari, ma riprende a crescere nel 2012 con il recupero degli indici di borsa.Elaborazione DIPE su dati Banca d’Italia.

Nota esplicativa: Il grafico mostra per anno l’evoluzione principali categorie dello stock di ricchezza detenuto dalle famiglie italiane (al lordo dello stock di debiti) cioè abitazioni, attività finanziarie e altre attività reali, in miliardi di euro. I dati sono espressi a prezzi correnti e provengono dalla Banca d’Italia.

Investimenti pubblici in Italia e nella zona euro

La spesa totale in conto capitale in Italia è stata superiore alla media dell’area euro dal 2000 fino al 2008. Dal 2010 le politiche di contenimento della spesa pubblica hanno comportato una maggiore riduzione della spesa in conto capitale rispetto alla media UE. Il divario tra le due aree è spiegato soprattutto dall’andamento della componente degli investimenti.

Elaborazione DIPE su dati Banca d’Italia e programmatico DEF aprile 2016.

Nota esplicativa: Il grafico confronta i dati relativi all’Italia con quelli dell’area euro esclusa l’Italia. La spesa complessiva in conto capitale viene riportata assieme alla sua principale componente quella degli investimenti in senso stretto (l’altra principale componente sono i trasferimenti in conto capitale). Gli investimenti riguardano la creazione di capitale fisso composto da beni materiali e immateriali destinati ad essere utilizzati nei processi produttivi per un periodo superiore ad un anno. I trasferimenti in conto capitale sono quella parte della spesa in conto capitale che si riferisce ai trasferimenti di capitale a imprese e a famiglie.

Reddito pro capite e povertà

Evoluzione del reddito pro capite

Il reddito pro capite è cresciuto nell’Ue in Italia fino al 2007. Dopo tale data è cominciata una fase di crisi economica con una prima contrazione del reddito pro capite nel 2008-2009, seguita da una ripresa nel 2010-11 e da un nuovo calo del reddito pro capite in Italia e nella zona euro, mentre nell’UE nel suo insieme il redito pro capite è rimasto stazionario nel 2012-13, rimanendo comunque in media ad un livello più basso rispetto al 2007. Nell’insieme il reddito pro capite italiano è cresciuto meno della media UE e della zona euro nel periodo di crescita si è ridotto maggiormente nei periodi di recessione. Il reddito pro capite italiano era significativamente più alto della media UE nel 1995 e anche dei futuri paesi membri della zona euro, mentre nel 2013 era inferiore ad entrambe le zone, essendosi ridotto da 25.1000 euro a persona a 22.400 euro a persona.Fonte: Elaborazione DIPE su dati Eurostat.

Nota esplicativa: Il grafico confronta i dati relativi al reddito pro capite in euro in Italia con quello medio dell’area euro e dell’Unione europea a 28 membri.

Quota di popolazione in povertà assoluta per aree geografiche

La stima ISTAT mostra un lento aumento dell’incidenza della povertà assoluta in Italia nel 2007-2010 (dal 3,5% al 4%) e un’accelerazione nel 2011-13, con un picco del 6,3% delle famiglie italiane in povertà assoluta. Nel 2014 si manifesta un primo ridimensionamento dell’incidenza della povertà assoluta che scende al 5,7%. Il centro e il nord sono caratterizzati da un andamento analogo al dato nazionale, ma con livelli di povertà assoluta inferiori rispetto alla media nazionale di 1-2 punti percentuali, toccando nel 2014 il 4,2% di famiglie in povertà assoluta nel nord e il 4,8% nel centro. Il Mezzogiorno invece ha un livello maggiore di povertà assoluta, il quale cresce più che proporzionalmente rispetto al resto d’Italia dal 5,1% del 2010 al 10,1% del 2013, ma che nel 2014 beneficia di una riduzione più forte, scendendo all’8,6% di incidenza della povertà assoluta, pur rimandendo circa il doppio rispetto al centro-nord.Fonte: Elaborazione DIPE su dati ISTAT.

Nota esplicativa: L’incidenza della povertà assoluta viene calcolata sulla base di una soglia corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, è considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile. Vengono classificate come assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia. Questa varia a seconda del numero di componenti della famiglia, della loro età, della localizzazione geografica e della tipologia di comune in cui vivono. Ad esempio una famiglia di due persone, composta da un adulto e da un bambino piccolo, è considerata assolutamente povera con meno di 1.085 euro al mese se vive in una città metropolitana del Nord o con meno di 762 euro se vive in un piccolo comune del Mezzogiorno. Per un adulto solo tra i 18 e i 59 anni tale soglia scende rispettivamente a 817 e 548 euro.

Quota di popolazione in povertà relativa per aree geografiche

La stima ISTAT dell’incidenza della povertà relativa mostra limitate oscillazioni a livello nazionale con un aumento dall’11,2% nel 2011 al 12,8% nel 2012. Tale aumento è più sensibile ed è continuato più a lungo nel Mezzogiorno, dove l’incidenza della povertà relativa à passata dal 19,1% nel 2009 al 23,6% nel 2014.Fonte: Elaborazione DIPE su dati ISTAT.

Nota esplicativa: L’incidenza della povertà relativa viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale (linea di povertà) che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. Tale valore si modifica solo in funzione del numero di componenti del nucleo familiare (e, contrariamente alla povertà assoluta, non è differenziata per zona geografica, dimensione del comune di residenza o età dei componenti del nucleo familiare). Nel 2014 la soglia è di 625 euro di spesa mensile per una persona, di 1.042 euro per due persone e di 1.698 euro per quattro persone.

I diversi livelli di povertà assoluta per numero di figli minori e anziani in famiglia

La stima ISTAT registra dal 2005 ad oggi un aumento dell’incidenza della povertà assoluta per le famiglie con figli minori, particolarmente accentuata per le famiglie con 3 e più figli e un calo dell’incidenza della povertà assoluta nelle famiglie con un anziano e un modesto aumento nelle famiglie con due o più anziani, che tuttavia è ora diventata la tipologia di famiglia a minor incidenza di povertà assoluta (4% rispetto al 18% delle famiglie con tre o più figli minori).Fonte: Elaborazione DIPE su dati ISTAT.

Nota esplicativa: L’incidenza della povertà assoluta viene calcolata sulla base di una soglia corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, è considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile. Vengono classificate come assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia. Questa varia a seconda del numero di componenti della famiglia, della loro età, della localizzazione geografica e della tipologia di comune in cui vivono. Ad esempio una famiglia di due persone, composta da un adulto e da un bambino piccolo, è considerata assolutamente povera con meno di 1.085 euro di spesa al mese se vive in una città metropolitana del Nord o con meno di 762 euro se vive in un piccolo comune del Mezzogiorno. Per un adulto solo tra i 18 e i 59 anni tale soglia scende rispettivamente a 817 euro e 548 euro.